Formazione, lavoro e opportunità in carcere: 180 detenuti coinvolti e 7 assunzioni

Sette assunzioni in carcere fra 2016 e i primi mesi del 2017 ed  oltre 180 detenuti coinvolti, nel biennio 2015/2016, nelle attività formative e di inclusione sociale e lavorativa sviluppate dal tavolo di coprogettazione fra il mondo della cooperazione, l’Azienda per l’assistenza sanitaria n° 3 “Alto Friuli, Collinare, Medio Friuli” (ente gestore del servizio sociale dei Comuni dell’Uti della Carnia) e il ministero della Giustizia all’interno della Casa circondariale di Tolmezzo.

A darne conto è il direttore del carcere di Tolmezzo, Silvia Della Branca, che sottolinea come il binomio formazione-lavoro sia funzionale per lo sviluppo della persona detenuta e per la sua riabilitazione.

“La buona formazione, capace di far apprendere un mestiere al detenuto – spiega – può aiutare a far superare i pregiudizi sulle persone con precedenti penali che, una volta scontata la pena, se hanno acquisto delle competenze, hanno una possibilità più alta di inserirsi nel mercato del lavoro”. Davanti ad un soggetto con abilità acquisite che dimostri la volontà di riscattarsi, secondo Della Branca, il casellario giudiziale può passare in secondo piano perché, probabilmente, all’imprenditore interessano di più le competenze, il saper fare.

La collaborazione con il mondo della cooperazione e l’ambito socio assistenziale, per Della Branca, è positivo e si concretizza attraverso la coprogettazione: una modalità di affidamento e gestione della realizzazione di iniziative e interventi sociali attraverso la costituzione di una partnership tra pubblica amministrazione e soggetti del privato sociale che supera il tradizionale rapporto committente-fornitore.

“Il tavolo di coprogettazione contribuisce a creare sinergie utili per dare avvio a un’offerta di corsi, finanziati in primis grazie alla programmazione regionale del Fondo sociale europeo (Fse),  che consente la formazione in diversi ambiti: dalla ristorazione alle tecniche di pulizia e sanificazione, dalle tecniche per le piccole manutenzioni in edilizia e falegnameria, a quelle per l’orto-floricoltura fino all’agricoltura biologica, alla trasformazione dei prodotti agricoli e alla gestione di un’azienda agricola” ha osservato il direttore.

Di analogo parere positivo anche Miriam Totis, responsabile del Servizio sociale dei Comuni dell’Uti della Carnia, che ricorda come “abbiamo sviluppato diversi progetti nel corso in questi ultimi 9 anni, coinvolgendo anche i Comuni, impiegando i detenuti in lavori di pubblica utilità volti al reinserimento e alla socializzazione; quando la popolazione del carcere è cambiata (dal 2013 la struttura di Tolmezzo è diventata di alta sicurezza ndr), abbiamo modificato i progetti di formazione, orientandoli all’interno della struttura. Attività che hanno incluso stage, tirocini, borse lavoro fino alle assunzioni per alcune tipologie di lavori”. La realizzazione di questi interventi, inseriti nella pianificazione del Piano di zona, è stata possibile grazie ai finanziamenti regionali previsti per la realizzazione di interventi a favore di persone a rischio di esclusione sociale, di detenuti e di ex detenuti, presenti nel Fondo sociale della L.R.6/2006.

Paolo Felice, referente per Legacoop FVG dell’area carceri, ha confermato il valore e l’efficacia della pluriennale coprogettazione con il ministero e il Servizio sociale dei Comuni, sottolineando l’importanza del fattore culturale in questi percorsi di inclusione soci-lavorativa per riuscire a comunicare e rappresentare adeguatamente anche alla comunità e ai territori, oltre che agli stakeholders istituzionali, il senso e la qualità delle azioni svolte all’interno del carcere.

Fra i progetti di formazione professionale, uno di quelli più apprezzati è legato alle attività di agricoltura che vede in primis il coinvolgimento del Centro per l’educazione e la formazione agricola permanente (Cefap) che opera da anni all’interno del carcere di Tolmezzo. L’intervento formativo del Cefap, che riguarda ogni anno dalle 15 alle 20 persone detenute comuni, è seguito dall’intervento del Consorzio operativo salute mentale (Cosm) e dalla cooperativa sociale consorziata Irene 3000 che assumono le persone detenute (4 assunzioni nel 2016 e 3 assunzioni nel 2017).

“Un progetto apprezzato – indica Della Branca – sia perché i detenuti possono vedere crescere il frutto del loro lavoro sia perché possono trascorrere all’aria aperta 10 mesi l’anno per 5 ore al giorno”. I prodotti orticoli del carcere, in forma fresca o trasformata, vengono venduti in seguito sia all’interno del carcere sia all’esterno: a privati, ristoranti, enti del Terzo Settore, sagre locali.

Gradite anche le attività di cineforum, laboratorio teatrale e musicale del Centro Servizi Spettacoli di Udine Teatro Stabile per l’innovazione del FVG (Css), che nel biennio 2015/2016 hanno coinvolto anche 150 familiari delle persone detenute, e i laboratori di rilegatoria con la cooperativa sociale Arte e Libro che ha allestito all’interno del carcere un vero e proprio cantiere artigianale al cui interno le persone detenute, oltre ad imparare le tecniche manuali dell’arte della legatoria, hanno la possibilità di ideare e realizzare prodotti cartotecnici dall’alto valore creativo e simbolico.

“E’ necessario offrire delle opportunità alla popolazione detenuta; in quest’ottica – aggiunge – il concetto di capienza andrebbe rivisto: non deve corrispondere al numero di posti letto ma a quanti detenuti si riesce a tenere occupati, a quanti di loro riusciamo ad offrire delle opportunità”.

La speranza sembra un concetto incompatibile con quello di detenzione eppure per Della Branca è uno dei valori fondamentali che il detenuto deve coltivare: “in questo senso, il carcere dovrebbe diventare un luogo dove il detenuto vive una vita normale, cosciente dei propri obblighi e dei propri doveri; se esso diventa, invece, un luogo di soli diritti, il rischio è di cadere in un buonismo generoso antieducativo e deresponsabilizzante che è molto pericoloso. Il carcere deve diventare un luogo di speranza attiva e non di speranza passiva”.

Attualmente la Casa circondariale ospita 180 detenuti fra quelli comuni, circa una ventina, e quelli in alta sicurezza che sono la maggioranza.

 

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