Le dinamiche delle imprese post Covid

Dall’inizio dell’emergenza, l’AreaStudi ha avviato una serie di iniziative finalizzate a monitorare il rapido evolvere della situazione e contribuire a interpretare i gravi fenomeni in atto.
In questo quadro, l’Osservatorio Legacoop è stato ideato e realizzato in accordo con il partner di ricerca IPSOS per osservare l’evolvere delle percezioni dell’opinione pubblica italiana su alcuni fenomeni economici e sociali di interesse per la cooperazione, e per sondare il gradimento delle misure e dei provvedimenti in fase di ideazione, realizzazione e proposta.
Questa ultima rilevazione, dal titolo Le dinamiche delle imprese post Covid, aveva l’obiettivo di sondare la percezione degli imprenditori italiani rispetto alle maggiori problematiche in corso e alla luce dell’impostazione delle politiche di ricostruzione post-pandemia. In effetti, l’indagine mostra il prevalere di un sentimento di pessimismo anche per l’immediato futuro per una maggioranza delle imprese, con un punta vicina al settanta per cento proprio nelle aree più produttive del paese, le più colpite nei mesi scorsi dalle chiusure precauzionali.
Le maggiori difficoltà affrontate dalle imprese italiane in questa fase, secondo quanto emerge dal sondaggio, sono costituite dal trovare nuovi clienti, fronteggiare il peso dei vincoli normativi, sopportare l’aumento dei costi e rispettare le normative anti-Covid. Il panel del sondaggio era composto da imprese unipersonali per il 56%, con dipendenti da 1 a 9 per il 31%, da 10 a 49 per il 10% e da 50 dipendenti in su per il 4%. Interpellati riguardo ai problemi più pressanti che stanno affrontando, gli imprenditori e i lavoratori autonomi hanno indicato al primo posto la difficoltà di trovare nuovi clienti (22%), seguita a pari merito dal peso dei vincoli normativi e dall’aumento dei costi di produzione o del lavoro (entrambi al 14%) e dall’operatività nel rispetto delle regole per la prevenzione del contagio da Covid 19 (13%).

Riguardo alle prospettive nel prossimo futuro, il 53% (con punte del 69% al Nord Est e al Centro Nord) ritiene che la situazione della propria impresa resterà negativa o peggiorerà (con un 5% che pensa di dover chiudere l’attività), mentre il 33% (con una punta del 50% nelle imprese con più di 50 dipendenti) nutre aspettative di segno positivo, prevedendo maggiore stabilità (il 15% indica un possibile miglioramento).  In caso di chiusura forzata della propria attività, il 45% cercherebbe un lavoro come dipendente (con punte del 56% nel Nord Est e nella fascia d’età 31-59 anni), il 38% (percentuale che sale al 67% nella classe dimensionale 10-49 dipendenti) aprirebbe una nuova attività (la metà nello stesso settore, l’altra in un settore diverso), mentre il 16% si ritirerebbe (il 34% negli over 50). Quanto alle prospettive dell’occupazione, il 12% delle imprese pensa di ridurre il numero dei dipendenti (il 23% nelle imprese con 1-9 dipendenti), il 66% di mantenerlo invariato (l’85% nel Nord Est), il 6% di aumentarlo (il 22% nel Centro Sud). Il 16% preferisce non fare previsioni. Infine, un focus sullo smart working, con una comparazione sul ricorso a questa tipologia di prestazione lavorativa nel 2020 rispetto al 2019 e le previsioni per il 2021 rispetto al 2020.
Nel 2020, il 38% dichiara di averlo aumentato rispetto al 2019 (il 67% nelle imprese con oltre 50 dipendenti), il 53% di averlo mantenuto invariato (il 58% per gli under 30) e il 9% di averlo diminuito. Riguardo alle previsioni per il 2021 rispetto al 2020, il 13% pensa di aumentare il ricorso allo smart working (18% nel Nord Ovest), il 73% di lasciarlo invariato (92% nel
Nord Est) e il 14% di diminuirlo (il 22% nel Centro Sud).

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